Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 10 luglio 2016

quindicesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». (Lc 10,1-12.17-20)

Dobbiamo essere nel nostro tempo profeti che aprono le porte dei cuori a Gesù. Era il messaggio della scorsa settimana. Lui ci diceva inoltre che noi siamo mandati come pecore in mezzo a lupi famelici e che dobbiamo restare pecore non usando lo stile dei lupi, fatto di prepotenza, di ingiustizia e di odio. Dobbiamo restare capaci di compassione, di benevolenza, in una parola: di amore verso il nostro prossimo. “E chi è il mio prossimo?” La domanda del vangelo di oggi capita proprio a fagiolo e Gesù ci risponde con questa meravigliosa parabola, che certamente conosciamo a memoria. Cerchiamo dunque di coglierene gli insegnamenti, che poi dobbiamo vivere come testimonianza di discepoli del Signore.

Chi è il prossimo? Il personaggio che Gesù ci presenta come prossimo è assolutamente anonimo. Di lui non si sa nulla. Non il nome, ne la nazionalità; non l’età, ne lo stato sociale, ne la ricchezza o lo stato di salute. Insomma nulla di nulla: un perfetto, sconosciuto anonimo, lasciato mezzo morto ai margini della strada. Questo ci dice che il prossimo da amare è la persona con cui ci incontriamo e basta.

CI sono poi due persone che vedono il disgraziato, ma si mantengono sull’altra parte della strada senza avvicinarsi. Sono il sacerdote e il levita (che poi era un…chierichetto, cioè un inserviente del tempio). Si tengono lontani perché, se il tapino fosse stato cadavere, secondo la legge ebraica non avrebbero più potuto svolgere le funzioni sacerdotali per sette giorni. Gesù conosceva bene la legge di Mosè ma sembra non scusarli affatto, visto che fa dire dal dottore della legge che loro non sono “prossimo” del malcapitato. Capite perché, se per assistere un malato non andate a messa la domenica, non commettete nessun peccato? La vostra messa è sollevare le sofferenze di quella persona che è nel letto. Infatti lui è un Gesù crocifisso e voi servendolo celebrate una messa di amore, più faticosa di quella che potreste vivere la domenica in chiesa.

Chi è invece il vero prossimo del rottame ai margini della strada? Scandalo! Un nemico, un samaritano, uno di quelli che poco prima avevano chiuso le porte in faccia a Gesù; uno di quelli che Giacomo e Giovanni volevano incenerire. Pensate: in lui il Signore si identifica, lui vuole chiamarsi samaritano di ogni persona che si trova in difficoltà. Questo samaritano vede il disgraziato, non ha paura di contaminarsi a toccarlo. Poi fa per lui tutto quello che può: una medicazione sommaria e lo fa salire sul suo giumento. Quindi quando deve riprendere il suo cammino lascia all’albergatore ciò che è necessario per prendersi cura di lui. Questi atteggiamenti ci dicono che l’amore del prossimo non è una emozione o un sentimento, ma un fare per chi abbiamo vicino tutto ciò che possiamo. I mezzi possono essere scarsi e non risolutivi, ma vanno dati con prontezza e fantasia. Per certe persone non possiamo a volte fare proprio nulla. Eppure il semplice farsi vicini, anche in silenzio, magari tenedogli solo la mano, può essere un gesto che aiuta a sopravvivere.

C’è ancora un piccolo particolare che mi è stato fatto notare e che mi sembra importante. Il samaritano dopo aver provveduto con tutto ciò che poteva, riprende il suo cammino, facendo ciò che deve. Vorrei legare questo al fatto che il prossimo bisogna amarlo come noi stessi, non più che noi stessi! Abbiamo la nostra strada, i nostri appuntamenti inderogabili, gli obblighi verso persone che sono stabilmente con noi. Vi faccio un esempio. Trascurare la moglie, il marito, i figli per opere di volontariato è amare il prossimo? Mi sento di dare una risposta assolutamente negativa. Prima dobbiamo fare quello che è nostro dovere di stato, poi tutto quello che possiamo verso altri. Altrimenti questa sarebbe una evasione. Per intenderci: è più gratificante spenderci qualche ora per uno che non ci appartiene, che badare ad un papà o ad una mamma, vecchi ed impediti, che hanno bisogno di noi in modo continuativo. Queste cose in certi momenti della nostra vita ci sono richiesti e diventano un peso enorme, ma ineludibile.

Per concludere: di chi dobbiamo essere “samaritani”, adesso che usciamo di chiesa? Ciascuno cerchi di avere occhi e cuore per aiutare quelli che vedremo, li fuori.

 

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