Parrocchia di San Paolo Vercelli
Parrocchia di San Paolo Vercelli

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domenica 13 novembre 2016

festa della dedicazione della chiesa

Dal Vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

(Lc.2, 13 – 22)

Eccoci qui come in ogni festa ad ascoltare la parola del Signore e a nutrirci del suo corpo e del suo sangue per compiere un’altra settimana di cammino verso la risurrezione. Questo, ci dicevamo domenica scorsa, deve essere l’obiettivo costante della vita di ciascuno e della nostra grande famiglia. La celebrazione di oggi ha per noi un significato particolare ed importante. Ricordiamo la dedicazione della nostra chiesa. Naturalmente non si tratta del giorno preciso di questo avvenimento; ma per le chiese antiche (e la nostra lo è), che non hanno notizia certa della data, è fissata convenzionalmente questa penultima domenica dell’anno liturgico. Dal vangelo di oggi prendiamo solo l’ammonimento a fare si che il nostro tempio sia sempre e solo casa di incontro con Dio e tra di noi nella preghiera. Poi passiamo a parlare non della costruzione di mattoni, ma di noi, che grande famiglia di Dio, ci troviamo abitualmente in questa nostra casa comune. Noi infatti siamo chiesa di Dio che si raduna in san Paolo.

Il nerbo di ogni famiglia sono di solito il marito e la moglie, persone adulte. Nel migliaio di persone, che abitualmente frequentano la nostra grande famiglia, gli adulti sono un discreto numero, visibile in ogni messa. Lo spettacolo più bello pero è possibile  vederlo la domenica alla messa delle undici: decine di papà e mamme con i loro bambini, anche piccolissimi che sono qui insieme. I bambini sono davvero quelli che accogliamo con più entusiasmo ed amore perché rappresentano il nostro futuro. In questa messa hanno un posto di onore in prima fila con i loro catechisti ed anche visivamente sono al centro della nostra attenzione e del nostro cuore. Splendido è vederli affollarsi intorno all’altare per recitare il “Padre nostro” per poi scambiarsi il segno di pace. Pace che poi corrono a portare a papà e mamma: un segno pieno di gioia e (speriamo!) di vera comunione.

In ogni famiglia che si rispetti poi ci sono i nonni, cioè gli anziani. Io sostituisco volentieri questa parola con l’altra, che qualcuno ritiene quasi offensiva: “vecchi”. Questo nome mi piace moltissimo perché essi sono la forza che ha costruito ciò che gli adulti oggi sono, le loro radici. Essi ancora oggi con la loro presenza forniscono sostegno e aiuto, perché la nostra società chiede a chi lavora risorse ben più grandi di quelli che di solito hanno. Gloria ed onore a voi, nostri vecchi! Voi non siete solo i depositari di una saggezza che deriva dalle vostre passate e spesso sofferte esperienze, ma siete anche un ammortizzatore potente negli squilibrii della nostra società.

Infine nella nostra grande famiglia ci sono le persone deboli, afflitte da sofferenze e problemi. Si tratta di malati, di vecchi impediti, di persone che non hanno la possibilità di badare a se stessi. Non possiamo certo dimenticarli e cerchiamo in ogni modo di stare vicino a loro. Diverse persone si dispongono a portare loro l’eucaristia, che non possono più ricevere qui con noi, perché impediti di camminare. Abbiamo poi con noi famiglie che sono in grave difficoltà economica per mancanza di lavoro e conseguente incapacità di pagare gli affitti e le bollette delle utenze. Cerchiamo di aiutare tutti con la vostra generosità; già vi ho detto che le offerte che raccogliamo oggi in chiesa sono destinate a sorreggere questi nostri fratelli svantaggiati. Ci sono pure famiglie che non hanno i viveri in misura sufficiente. Per questo adesso, con uno sforzo notevole, la caritas ha istituito il così detto emporio, una specie di supermercato, dove le famiglie in difficoltà possono prendere qualcosa che possa integrare la loro magra dieta. Tuttavia voi non smettete di mettere nel cesto in fondo alla chiesa viveri non deperibili, perché gli scaffali di questo emporio spesso sono piuttosto sforniti. Infine ci sono famiglie incapienti, che non riescono nemmeno a pagare la mensa scolastica per i loro bambini. Per questo lo scorso anno la vostra generosità a fatto meraviglie. Per favore ripetetevi anche questo anno!

Infine ogni parrocchia che si rispetti ha un parroco, che poi sarei io. Mi avete sempre chiamato “padre” e mi credo davvero tale: voi tutti che siete qui ed anche quelli che qui non vengono; vi sento tutti davvero figli. Credo di avere realizzato in me la parola di Gesù: “voi che avete lasciato la moglie, i figli e tutti i vostri beni riceverete cento volte tanto!” riguardo ai figli, Gesù, ti sei sbagliato di grosso. Io di figli non ne ho solo cento, ma migliaia. Però da un pò di tempo, visto che sto sperimentando le delizie della vecchiaia, la parola padre mi sembra un tantino superata. Che ne di te di chiamarmi…nonno?

 

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