Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 14 settembre

festa della santa croce

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». (Gv,3, 13 -17)

Le poche righe del vangelo di questa festa sono tratte dal discorso che Gesù fa con Nicodemo, uno dei capi dei farisei andato a trovarlo di notte. Gesù, dopo avere detto a lui che bisogna rinascere dall’alto, parla di se come di colui che è disceso dal cielo. Questa sua venuta ha un fine unico: fare si che chi crede in lui, abbia la vita eterna, perchè questa è la volontà del Padre. Questa salvezza è realizzata dall’innalzamento di Gesù, simile all’innalzamento della insegna che nel deserto Mosè aveva messo in mezzo all’accampamento. Essa, un serpente di bronzo posta su un palo di legno, dava salvezza a coloro che la guardavano dopo essere stati infettati dal morso di serpenti velenosi. Notiamo che Giovanni non parla di croce, ma di “innalzamento”. Questa parola ha due significati: l’essere innalzati o appesi al patibolo per i condannati a morte, o all’apposto essere “innalzati” sul trono come i re nel giorno della loro incoronazione. In modo singolare entrambi i significati si riuniscono in Gesù, crocifisso e risorto. In questo modo, lui è il simbolo unico ed efficace della salvezza di tutti, come l’antica insegna lo era per la salvezza del popolo che camminava nel deserto.

Una riflessione per noi vercellesi si impone. Al centro del nostro duomo, mirabilmente restaurato dopo un furto che lo aveva ridotto in tanti pezzi, c’è un crocifisso singolare risalente all’anno mille. E’ detto crocifisso giovanneo perchè ispirato proprio a questa pagina di vangelo. La croce è di argento, ma il Gesù crocifisso non ha la faccia che siamo soliti vedere: reclinata nel momento tragico e stravolto della sua morte. Il volto è sorridente, gli occhi sono aperti a guardare la sua gente, ma la più vera diversità è quella corona che porta in capo. Non si tratta della corona classica di spine che lo trafiggono, ma di una corona gemmata e di oro, propria dei re e degli imperatori. E’ la più fedele immagine della croce come la descrive Giovanni: l’innalzamento. Resta il patibolo che toglie la vita al giustiziato, ma nel medesimo tempo il patibolo si trasforma in trono. Un trono di gloria che i primi apostoli vedranno nella sera di pasqua: un Gesù trionfante e glorioso, con le piaghe splendenti come gemme, anche se ricordano le sue sofferenze. Un Gesù che dice “Pace a voi! Non abbiate paura”. Certamente non solo a loro, ma a tutti gli uomini del mondo. Sostiamo in silenzio adorante davanti a questo nostro crocifisso, ritenuto miracoloso. Una antica tradizione dice che alla mattina di pasqua, quando viene scoperto dopo essere stato velato per il tempo penitenziale della quaresima, il ragazzo o la ragazza che l’avessero contemplato per primi si sarebbero sposati felicemente in breve tempo. Come non vedere in questa ingenua tradizione l’invito alla festa quella vera, quella senza fine, di cui le nozze sono il simbolo biblico più usato? Questa vecchia credenza ha sempre richiamato innumerevoli persone in ore antelucane che venivano a piedi da tutto il circondario. Questo fatto è stato immortalato da canzonieri vercellesi in una ballata che ci è cara.

Vi ho raccontato queste cose, che certamente sapete, perché a me dicono una verità importante, che riassume il messaggio di questo vangelo e la vita di ogni uomo. Tutti abbiamo una croce da portare, credenti o meno. La sofferenza e la morte non dimenticano nessuno. La via crucis è una realtà che in forme diverse tutti devono percorrere. Essa pero non termina col volto distrutto del Cristo morto. Ma con il volto sorridente del Cristo trionfante che guarda ciascuno di noi. Ed a noi ripete, soprattutto nei momenti orribili di prova e di disperazione, un messaggio vitale: “Non temere io sono venuto per precederti sempre; per essere con te nell’ora oscura della prova più difficile, per dirti di avere coraggio. Sono con te con il mio sorriso rassicurante per dirti che la mia pasqua è la tua pasqua! Per rassicurarti che le piaghe che straziano il tuo cuore saranno luminose e gloriose come le mie e saranno per te come medaglie di onore nel momento del trionfo. Il tuo!”.

 

domenica 21 settembre 2014

venticinquesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. (Mt, 20, 1-16)

Siamo alle prese con una parabola inquietante. Essa urta contro il nostro senso di giustizia. Infatti il lavoro siamo abituati a vederlo pagato in proporzione al tempo ed alla fatica che si deve esprimere. Per superare questo ostacolo iniziale abbiamo le parole della prima lettura: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le vostre vie non sono le mie vie”. Il Signore ci abitua oramai a cambiare mentalità così tante volte, che una in più non fa grande differenza. Dopo questa premessa, rimarchiamo un’altra singolarità. Il padrone che va a cercare manovali per il mattino sa bene di quante braccia avrà bisogno, perchè ritornare tante volte? Gesù sembra voglia parlarci dell’amore del Padre che ama tutti, anche coloro che, colpevolmente o meno, non arrivano alla fede con la nascita. Questo succedeva nella prima chiesa e adesso nei paesi non ancora penetrati dal cristianesimo, o scristianizzati come in buona parte del nostro “laico” mondo occidentale. Questo spiega anche il detto dei primi che diventano ultimi e degli ultimi che saranno primi. Siamo tentati spesso nella nostra poca fede di vedere il nostro essere cristiani come un peso, visti i comandamenti e la loro esigenza. Invece i convertiti, che vengono da esperienze magari durissime, vedono in essi la loro vera liberazione e salvezza.

Partiamo proprio da questo ultimo accenno per la nostra prima riflessione. Essere cristiani fin dall’inizio della nostra vita dovrebbe essere il nostro vanto, la nostra fortuna, la nostra prima responsabilità. I tesori di grazia della parola e dei sacramenti, sono una luce veramente splendida che ci da forza, coraggio e felicità per camminare in un mondo ostile che spesso distrugge l’uomo, stravolgendolo in strade che poi si trasformano in prigioni senza possibilità di uscita. Pensiamo a chi diventa dipendente di sostanze o di paure, pensiamo a chi non sa amare e lascia dietro di se famiglie sfasciate dai suoi egoismi, pensiamo a chi viola la persona o la proprietà altrui: un panorama di degrado che rende le persone simili alle bestie feroci.

Una seconda riflessione possiamo farla sulla invidia, stigmatizzata dal padrone del campo: “Tu sei invidioso! Io ti do quello che avevo pattuito e voglio dare anche all’ultimo quanto a te. Non puoi impedirmelo!” L’invidia è una cosa buona, quando si trasforma in emulazione nel bene e ci stimola ad uscire dalla nostra pigrizia. Ma spesso si trasforma in un vizio che ci avvelena il cuore. Chi invidia le persone si trasforma in un irrequieto scontento, che non riesce più ad avere un attimo di felicità. Infatti, a forza di guardare quello che gli altri hanno o fanno, non riesce più a vedere le cose buone che sono nella sua persona e nella sua vita. Chi si accontenta gode! Un proverbio molto saggio, che è radice indispensabile per una vita serena. Naturalmente nel mondo ci sono persone che hanno infinitamente più di noi in beni materiali, in situazioni di vita, in qualità personali. Ma il Padre ha dato a tutti i suoi figli doni diversi ed anche i più poveri apparentemente, a volte hanno capacità di amore incredibilmente affinate, che ci lasciano commossi. Penso ai tanti carissimi amici che nascono con qualche cromosoma diverso; spesso sonno capaci di gesti e di delicatezze struggenti.

Ancora una parola sul denaro dato agli operai, uguale per tutti qualunque sia l’ora in cui vanno nel campo, che tanto scandalizza. Ciò che il Padre ci prepara, non può essere conteggiato in dollari, euro, oro. Si tratta infatti della sua stessa divinità con la quale ci trasforma in figli. Si tratta del regno che lui abita e che vuole abitare con noi. Si tratta di una capacità di amare, perfetta come ci ama lui e di una felicità piena ed eterna. Cosa ci può essere di più grande?

 

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