Parrocchia di San Paolo Vercelli
Parrocchia di San Paolo Vercelli

Indirizzo

Via S. Paolo, 1  

13100 Vercelli

Italia

Contatti

Se volete contattare direttamente don Osvaldo Carlino, potete farlo ai seguenti riferimenti:

email: osvcarli@tin.it

telefono: 0161-257670

Oppure potete compilare il modulo che troverete cliccando QUI

Dove Siamo

il contatore ha completato un giro.

i contatti sono dunque 100.000 più quelli attuali

domenica 15 novembre 2015

festa della dedicazione della chiesa

Dal Vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
(Gv,2,13 – 22)

La penultima domenica dell’anno liturgico è destinata per le parrocchie che affondano le loro radici nella antichità a celebrare la festa della loro dedicazione, perché la data precisa non è conosciuta. La parrocchia di San Paolo, vecchia di circa ottocento anni è una di queste. Lo possiamo constatare dalla mescolanza di stili che la costruzione ci presenta. Vanno dalle tracce di romaniche della facciata e degli affreschi nella base del campanile, ai diversi quadri che spaziano nella storia dell’arte, alle vetrate ultime che vedete nel fondo dell’abside che sono del nostro tempo. Noi che siamo qui oggi siamo dunque gli eredi di innumerevoli frati Domenicani (questo è stato uno dei loro primi conventi) e di infinite generazioni di vercellesi che qui sono venuti a pregare.

Proprio mentre penso alle cose che vi devo dire, la chiesa italiana in questi giorni è radunata a Firenze per impostare il suo cammino con obiettivi che si porranno per dieci anni. Naturalmente faremo attenzione a ciò che ci verrà detto, ma intanto mi sono innamorato delle cinque parole che ci hanno impegnati nella preparazione di questo incontro. Esse mi sembrano un programma meraviglioso per indirizzare ogni comunità cristiana verso un adeguamento ai tempi che stiamo vivendo. Le vorrei mettere come programma nostro per gli anni a venire, perché la parrocchia di San Paolo sia davvero una famiglia di famiglie che cammina verso l’eternità e la salvezza.

La prima parola è “uscire”. Di solito diciamo ai credenti di “entrare” in chiesa. Perché dunque uscire? La risposta è molto semplice. Dobbiamo smetterla di credere che tutti siano credenti (molti infatti si sono allontanati anche per colpa delle nostra mancanze di fede). Dobbiamo dunque renderci conto che siamo una minoranza, qualificata, ma sicuramente minoranza. Allora per ciascuno di noi vale l’affermazione di Gesù: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile. Anche queste io devo condurre”. Dunque, rendendoci conto che noi siamo un paese di missione, dobbiamo uscire dalla chiesa per portare Gesù a chi non lo conosce (gli stranieri in mezzo a noi) o ai tanti fratelli che lo hanno dimenticato.

Abbiamo cosi la seconda parola: “annunciare”. Dire Gesù ed il suo vangelo diventa un compito per ciascuno di noi. Ci dici che adesso dobbiamo metterci a predicare o a bussare alle porte della gente? Naturalmente questo annuncio non va fatto con pie e barbose prediche o fastidiose intrusioni domestiche, ma con la nostra vita. Con ciò che siamo. Un vangelo che dimostri l’amore del prossimo che lui ci comanda. Che realizzi la giustizia nei nostri impegni di lavoro o nelle carche sociali di cui ci facciamo carico. Che presenti, soprattutto nella vita famigliare un modello di autentico di vita, che non è facile vedere nel nostro tempo. Dobbiamo dunque, ciascuno secondo la propria vocazione farci modelli, immagini di Gesù. Madre Teresa e papa Francesco ci ispirano ad esserlo davvero.

La terza parola poi è “abitare”. La presa di coscienza di essere minoranza, ci mette a contato con forme religiose o di vita che provengono da altre convinzioni, differenti dalla nostra. Abitare significa dunque accogliere e partecipare a tutte quelle iniziative non nostre che sono indirizzate ad una vita sociale e giusta. Rispettare poi, anche se non siamo d’accordo, usanze ed anche leggi che non sono in accordo con il vangelo. Naturalmente riservandoci di non usare queste leggi. Parlo ad esempio di aborto e di una eventuale eutanasia, o di leggi che riguardano il matrimonio di persone dello stesso sesso; se una maggioranza decreta queste cose, noi, pur rispettando la volontà della maggioranza, vivremo in questi settori gli insegnamenti del Signore.

La quarta parola è “educare”. Ne comprendiamo l’importanza proprio da quello che dicevamo qui sopra. Viviamo in un clima che non è più cristiano, come eravamo convinti fino a poco tempo fa. Dunque il piccolo catechismo fatto ai bambini non basta più, perché dopo il bambino, diventato adolescente, trova altre centrali educative molto lontane dai principi cristiani. Inoltre assistiamo alle enormi difficoltà che le famiglie hanno nel restare unite e nell’avere tempo sufficiente per badare ai figli. Fondamentale dunque è l’accoglienza delle famiglie giovani perché tutti insieme vediamo nei bambini il nostro futuro sia umano che cristiano e sappiamo averne una cura ed attenzione totali. Il nostro compito educativo è quello di farne delle persone equilibrate, libere e capaci di scegliere.

L’ultima parola è “trasfigurare”. Riuscite a comprenderne il significato? Penso sia difficile e con questo non voglio farvi torto, ma si tratta di una parola strettamente legata all’insegnamento di Gesù. Lui viene a farsi uomo per trasformarci in figli di Dio. Soffre come noi la sua tremenda via crucis, poi risorge e ci parla di risurrezione come traguardo ultimo per ogni persona. Tutta la nostra vita dunque deve essere vissuta in questa dimensione definitiva. Le nostre scelte, i nostri impegni non possono essere vissuti solo nella loro realtà concreta, ma devono essere indirizzati e vissuti alla luce di questo traguardo estremo. Senza di esso a nulla valgono i nostri sforzi. Duro, ma vero: se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede e noi saremmo i più infelici degli uomini. Oppure senza questa finalità ultima sarebbe l’umanità intera a non avere speranza? L’ateismo, naturalmente non quello di chi non riesce a credere e si comporta in modo onesto, ma quello che promana dall’individualismo esasperato, dalle ingiustizie macroscopiche originate dal culto del denaro e dalla disumanità imperante certamente hanno una radice per me evidente, nella negazione di Dio e di questa nostra fede in una vita oltre la morte.

 

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Parrocchia di San Paolo in Vercelli - Realizzato da Luca Costanzo