Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 17 aprile 2016

quarta domenica di pasqua

dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

 Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

 Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». (Gv, 10, 27 – 31)

Si tratta di poche righe di vangelo, ma hanno una densità ed una attualità impressionanti. Attualita dovuta a ciò che questa pasqua ci ha offerto nelle precedenti domeniche. Ci è stato detto che Gesù risorto lo possiamo incontrare sempre “il giorno dopo il sabato”, cioe la domenica. Tra l’altro domenica è la traduzione dal latino di “dies dominicus” che letteralmente significa giorno del Signore. In ogni messa dunque noi viviamo un incontro con Cristo risorto, Signore, parola e pane. Naturalmente se veniamo qui con gli occhi della fede!  Poi (era la scoperta di domenica scorsa) visto il fatto che gli apostoli non riconoscono mai subito  Gesù risorto, lo possiamo spiegare loro come incontriamo in casa, a scuola, in ufficio o per strada tante persone qualsiasi; è cio che noi vediamo con i nostri occhi di carne, ma con la prospettiva della fede possiamo invece vedere lui, il Signore risorto che ci vuole incontrare.

 

Oggi le cose sono ancora più fantastiche. Infatti noi siamo sempre nella mani di lui risorto e del Padre, perché lui ed il Padre sono un solo Dio. Mani cosi forti, così onnipotenti che nessuno ci può strappare da esse. Questo è possibile naturalmente se noi rispettiamo alcune paroline che sono contenute in queste poche righe.

 

“Le mie pecore ascoltano la mia voce”. Ascoltare è un verbo difficilissimo da praticare. Molte volte mi rimproverano che non lascio finire il discorso di chi mi parla. Ed è proprio vero! E’ davvero un mio limite;  quando penso di intuire ciò che uno mi deve dire entro in funzione come un carro armato e sparo la mia sentenza. Invece se si vuol capire veramente una persona in tutta la sua complessità, bisogna lasciarle raccontare le sue vicende e raccontarsi per ciò che è. Inoltre nei riguardi di Dio, noi lo preghiamo, convinti che pregare sia parlare con lui. Lo facciamo in diversi momenti della nostra giornata e soprattutto nei momenti del bisogno. Cosa buona questa, ma certamente non sufficiente. Infatti dobbiamo anche ascoltare lui e questo lo possiamo fare soltanto mettendoci in adorazione della sua parola. Adorazione? Si so benissimo che è una parola forte che di solito usiamo per l’eucaristia; ma li di solito siamo ancora noi che nel silenzio parliamo a Dio. Invece Gesù ci chiede di ascoltare la sua voce e questo richiede che facciamo tacere  i nostri pensieri, per rispondere ad una sola domanda: “Signore, cosa mi dici?”; poi lasciare che i nostri pensieri prendano la strada che lui ci vuole offrire. Essa certamente ci toglie dai nostri soliti problemi e ci offre nuovi ed importanti orizzonti.

 

La seconda parolina fondamentale è “conoscere”: “Le mie pecore io le conosco…”. Questa parola non ha nulla da condividere con dizionari, enciclopedie o esperimenti scientifici. Essa va intesa secondo i significati della bibbia e questi presuppongono una relazione intima di amore. “Adamo conobbe sua moglie ed essa generò Abele…”. Dunque Gesù con queste parole ci parla di una intimità quasi sponsale con ogni credente. Non si tratta dunque di un “Dio che vede “ per giudicarci e metterci paura. E’ piuttosto lo sguardo pieno di comprensione e di benevolenza che Gesù ha offerto a tanta gente quando era fisicamente su questa terra. Allora, come ora, lui si accostava a gente povera, ammalata, peccatrice anche negli stadi più miserabili (pubblicani e prostitute!) e li liberava dai loro pesi e dalle loro schiavitù. Forse, per comprendere bene cosa Gesù ci vuole dire, bisognerebbe mettersi nei panni della adultera che lui salva dal massacro, della prostituta alla quale dice che è contento e dei gesti di amore con cui si avvicina a lui (gli profuma i piedi che ha lavato con le sue lacrime ed asciugato con i suoi capelli!). Essere conosciuti da Gesù significa proprio questo: sentirsi colmati di amore, restituiti alla dignità perduta, rinati dunque, quando si credevano finiti e  morti a qualunque speranza.

 

L’ultima parola che Gesù ci chiede è “seguire”: “le mie pecore mi seguono…”. Questa parola significa movimento, distacco, abbandono di una situazione consolidata per dirigerci verso del nuovo. Bisogna dunque abbandonare le sicurezze di sempre per andare dietro a lui, fidandosi esclusivamente di lui, qualunque cosa succeda. Questi stacchi riguardano la casa, la famiglia, il lavoro, i beni. Pensiamo agli sfrattati, a quelli che vedono scoppiare la famiglia, a chi è licenziato e non sa più a che santo rivolgersi, a chi vede la propria salute messa in pericolo,… Il possesso di tutte queste cose sono il fondamento della nostra tranquillità, ma in fondo si tratta di idoli che non possono garantirci una stabilità ed una sicurezza. Essere cristiani quindi non è portarsi dietro un santino, avere una catenina al collo, avere un segno cristiano nella nostra casa, illudendoci che lui viaggi con noi e che con questi mezzucci lui approvi le nostre scelte. Essere cristiani è proprio l’opposto: noi seguiamo il Signore anche quando il sentiero su cui ci conduce è impervio, una impossibile via crucis.

 

Ascoltare, conoscere, seguire: tre parole che formano una autentica relazione con il nostro Dio. Come vedete non si tratta di una relazione qualsiasi, ma di un rapporto che incide profondamente e cambia la nostra vita. Ecco chi sono i cristiani!

 

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