Parrocchia di San Paolo Vercelli
Parrocchia di San Paolo Vercelli

Indirizzo

Via S. Paolo, 1  

13100 Vercelli

Italia

Contatti

Se volete contattare direttamente don Osvaldo Carlino, potete farlo ai seguenti riferimenti:

email: osvcarli@tin.it

telefono: 0161-257670

Oppure potete compilare il modulo che troverete cliccando QUI

Dove Siamo

il contatore ha completato un giro.

i contatti sono dunque 100.000 più quelli attuali

domenica 17 gennaio 2016

seconda domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv,2, 1-11)

Conosciamo bene questa lettura, per questo iniziando voglio divertirmi un poco. Come vediamo questo intervento di Maria nei riguardi di Gesù? Una madre impicciona che vuole guidare l’agire del suo figlio? In tutto il vangelo Maria si comporta con un ottimo equilibrio e non interferisce mai con suo figlio quando vive la sua vita pubblica. Una madre che vuole il suo figlio osannato dalle genti? Potrebbe essere, ma sembra una ragione misera e narcisistica per lei’ piena di grazia. Piuttosto si tratta di una madre che vede tutto e le dispiace per la figura che fanno i due sposi. Inoltre è sicuramente una mamma che conosce bene la generosità ed il cuore del suo figlio e si fida totalmente di lui. Per questo dice ai servi di fare tutto quello che lui dirà. I servi naturalmente obbediscono; attingono acqua, ma quando la portano per servirla a tavola, l’acqua è diventato il vino migliore, tanto che il l’organizzatore del banchetto si complimenta con gli sposi.

 

Parlando di questioni più serie la domanda che ci possiamo porre è la seguente: come mai l’evangelista ricorda come apertura dell’attività pubblica di Gesù questo miracolo? Non si tratta di guarire malattie, di risuscitare morti, di sfamare dei miserabili affamati! Si tratta di un banchetto di nozze, sicuramente imbandito con abbondanza. Tutti hanno mangiato e bevuto finchè volevano e il livello di alcol nel sangue è già a livelli di guardia. Perché dunque cambiare l’acqua nel vino migliore visto che quasi tutti sono oramai sbronzi? Sembra un modo di agire non degno di Gesù! Questo miracolo, il primo per di più, sembra proprio uno spreco. Invece si tratta di una scelta che ci introduce a capire quale sia la vera missione di Gesù. Vediamone i motivi.

 

Il motivo fondamentale lo troviamo nella prima lettura. Il profeta Isaia parla a Gerusalemme, ridotta in macerie, abbandonata da Dio e dagli uomini, con una promessa sublime: “Sarai chiamata con un nome nuovo,…nessuno ti chiamerà più abbandonata, ma sarai chiamata mia gioia e la tua terra sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo! Si, come un giovane sposa la sua ragazza,…come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà di te.” Non siamo abituati, vero, a sentire sulla bocca di Dio queste parole? Quando pensiamo a lui i di solito ci sentiamo intimiditi ed anche impauriti. Lo vediamo come il giudice tremendo che scruta i nostri peccati, pronto a fulminarci e a precipitarci nell’inferno. Tremebondi, cerchiamo di fare tutto il possibile per osservare i comandamenti ma non ci riusciamo mai completamente. Così cerchiamo di ammorbidire il Signore con devozioni, pellegrinaggi, offerte varie per colmare le nostre incapacità. Questa religiosità non è quella che Dio vuole. Lo ribadisce insistentemente papa Francesco, parlando di un Dio che ama gli uomini in modo infinito ed ha sempre misericordia della sua fragile creatura. L’anno santo che stiamo vivendo deve prima di tutto correggere questa nostra distorsione della volontà di Dio e del nostro modo di credere. Gesù dunque cambia l’acqua in vino a Cana per dirci che lui è venuto a realizzare questa volontà del Padre. Nell’ultima cena secondo il vangelo di Giovanni, dopo avere annunciato la sua morte e risurrezione, dice delle parole che devono essere l’ambiente vero della nostra fede: “Vi ho detto queste cose, affinchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

 

Conseguenze? La gioia di saper che il Padre ci ama deve essere il nostro modo abituale di vivere. Certo dobbiamo come Gesù passare attraverso tante sofferenze ed anche attraverso la morte, ma queste cose le viviamo con la certezza che il Padre ci tiene nelle sue mani. Avere nel cuore la gioia è dunque vivere con autenticità e senso, sorretti sempre dalla speranza che il male nostro è già vinto dall’amore infinito del Padre. Inoltre, se questa gioia è nel nostro cuore, naturalmente la dobbiamo donare. Questo non avviene a comando o solo a parole, ma diventa un riconciliarci gradualmente con noi stessi prima di tutto e poi con gli altri, lasciando questa riconciliazione diventi comunione con tutti e con ciascuno, anche con chi ci fa del male. La gioia, naturalmente, non si può prescrivere ne a se stessi ne agli altri. Essa non si può fingere, ne costringere, ne produrre, ma solo “sprigionare”. Quindi non proviene da un atto o da una circostanza favorevole, ma da un percorso che dura tutta la vita. Il termine di questo percorso poi non si trova qui sulla terra, ma nella beatitudine eterna alla quale siamo chiamati. Soltanto lo Spirito, che è movimento, spazio, luce, ci può guidare in questo cammino che ha due direzioni: il Padre che ne è la radice e poi il punto di arrivo. Lo Spirito come già a Maria ci fa cantare: “L’anima mia ti esalta, o Signore, perchè hai fatto in me cose grandi!”

 

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Parrocchia di San Paolo in Vercelli - Realizzato da Luca Costanzo