Parrocchia di San Paolo Vercelli
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sedicesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.  Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

 Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,38 - 42)

L’ospitalità è qualcosa che è praticamente sparita dal nostro modo di vivere. Negli alloggi delle nostre città, salvo chi possiede una villa, sono misurati perchè tre persone vivano in modo decente. Quando le persone sono quattro o cinque, perché si hanno diversi figli, la situazione diventa tragica. Ospitare qualcuno in ogni caso è una impresa praticamente impossibile. Diversa la situazione al tempo di Abramo, come ci dice la prima lettura. La sua tenda è sempre accogliente e così Dio stesso diventa suo ospite. La stessa cosa succede al tempo di Gesù, che oggi vediamo ospitato dalle sorelle Marta e Maria. Luca non lo dice, ma il villaggio è Betania e le sorelle avevano un fratello di nome Lazzaro. Naturalmente questo lo sappiamo dagli altri vangeli. La sostanza del messaggio di questa domenica è data dal diverso comportamento di queste sorella. Una si sbatte per preparare a Gesù ed alla sua tribù (poteva trattarsi di diverse decine di persone!) un buon pranzo. Maria invece sta con Gesù, lo ascolta, ma non batte un colpo per badare alla preparazione della accoglienza, prendendosi i rimproveri di Marta. Ci dobbiamo dunque fermare sulla singolare risposta del Signore, che si guarda bene dal rimproverare la sorella che lo ascolta e invece rimprovera la sorella che si da troppo da fare. Questo enigma soprattutto sarà interessante risolvere.

Ci fermiamo prima di tutto sul problema della accoglienza. Naturalmente non quella di un parente che viene da lontano. In questo caso infatti, anche se i metri quadri del nostro alloggio non lo consentono, possiamo sempre ripiegare su una stanza in affitto; infatti l’ospitalità non consiste nel dormire vicini, ma nella qualità dell’amore che sappiamo dimostrare quando siamo svegli. L’accoglienza invece di questo apocalittico esodo di stranieri verso i nostri paesi del benessere  sta diventando la vera (e sotto molti aspetti tragica) questione vitale del nostro tempo. Ci troviamo infatti di fronte a milioni di persone che fuggono dalle persecuzioni, dalla guerra, dalla fame e che sfidano viaggi impossibili, nei quali la morte è più probabile che l’arrivo a destinazione. Che fare? Opporsi? Costruire muri? Qualcuno ci prova, ma il mezzo non è certamente valido a fare finire questo esodo biblico. Poi, pensando al vangelo, questo atteggiamento non è per nulla secondo gli insegnamenti di Gesù. Proviamo, come mi dicono spesso a metterci nelle loro scarpe (se le hanno!). Se fossimo noi al loro posto? E lo siamo pure stati! Pensiamo ai milioni di italiani sparsi per il mondo. Anche noi abbiamo avuto migrazioni piuttosto numerose per sfuggire alla fame. Inoltre, visto il calo pauroso delle nascite nei nostri paesi, forse sarà con l’accoglienza di queste nuove forze, che la nostra economia potrà reggersi. Non ci rubano i posti, ma forse possono rivitalizzare tanti paesini che stanno trasformandosi in un deserto. Cerchiamo di uscire dagli slogan che ci vengono spesso ripetuti, perché non solo sono contrari all’amore, ma anche alla verità.

Veniamo adesso all’enigma delle due sorelle. Come possiamo fare? Una si sbatte con tutte le sue forze e l’altra ascolta con…le mani in mano. E Gesù, per buona misura, ci dice che questa ultima a scelto la cosa di cui c’è più bisogno. Queste parole ci evidenziano uno dei problemi più angoscianti del nostro tempo. Infatti le nostre giornate le viviamo con una concitazione e con una velocità veramente disumane. Corriamo dal mattino prima che sia l’alba, fino alla sera inoltrata e non abbiamo nemmeno il tempo di vedere le persone della nostra famiglia: il marito, la moglie, i figli. Diventiamo ingranaggi impazziti, che continuano a girare vorticosi, fino a quando si fondono. La malattia più diffusa nel nostro tempo è l’ansia. Quando questa diventa parossistica per lungo tempo da origine ad altre malattie che poi sono fisiche e rendono veramente la persona ad un rottame. Come uscire da questa tragica realtà? Maria ha scelto “la sola cosa di cui c’è bisogno” ci dice oggi Gesù. Vogliamo ascoltarlo, mentre per molti in questo tempo ci sarà un piccolo periodo di ferie? Vogliamo viverle, non correndo anche adesso, ma contemplandoci e contemplando? Non spaventarti di questa parola! Guarda in faccia tua moglie o tuo marito, i tuoi figli; sta con loro, parla con loro. Forse è da troppo tempo che non lo fai. Guarda senza fretta la distesa infinita del mare, o le vette dei monti che hai intorno: sei li non per correre come sempre, ma per vederli e per viverli.

Che ne diresti, partendo da questa esperienza, di programmare momenti delle tue giornate, per fermarti e fare la stessa cosa almeno per qualche minuto? Hai mai pensato che la tua messa domenicale può servire a questo scopo? O magari qualche momento di silenzio passato qui in chiesa da solo? Forse  queste cose, cercate smettendo di correre, non sarebbero solo preghiera, ma anche una valvola di sfogo per il nostro attivismo esasperato e logorante.

 

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