Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 19 giugno 2016

dodicesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà». (Lc 7,36-8,3)

Le poche righe del vangelo di oggi hanno una importanza fondamentale. Su queste parole si gioca il fatto di essere cristiani oppure di sembrarlo soltanto. Gli apostoli infatti seguono Gesù e con entusiasmo; salire a Gerusalemme per loro è realizzare il sogno messianico! Tra poco saranno i protagonisti di un nuovo regno di Davide: la gloria li attende. Per questo Pietro alla domanda di Gesù (voi chi dite che io sia?) risponde con entusiasmo che lui è il “Cristo di Dio” cioè il messia atteso da milleni. Sono le parole seguenti che li spiazzano. Niente sogno di gloria. Salire a Gerusalemme significherà vederlo rifiutato, crocifisso ed ucciso, ma… Che ci dice questo “ma”? La realtà fondamentale per la salvezza di tutti e di ciascuno: la risurrezione. Dunque ciò che Cristo vive lo deve vivere ogni persona di qualunque tempo: la vera salvezza che ciascuno può raggiungere, cioè la vita dopo la morte, passa inesorabilmente dal Calvario. “Chi vuol salvare la propria vita , la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà”. Questo in pratica significa che qualunque altra strada al di fuori di questa, non salva l’uomo dalla morte, ma lo lascia in preda di questo invincibile avversario.

Avete capito la importanza fondamentale di queste parole? Se ci pensate esse sono una vera rivoluzione nel modo normale di vedere la vita. Tutti ci sentiamo fatti per la felicità; qual’ è l’opposto della felicità? Naturalmente la sofferenza! Istintivamente dunque tutti vediamo nel dolore di qualunque genere, fisico o morale, il nemico da combattere e da evitare. Le cose importanti sono allora  ciò che ci appaga, il successo e la sensazione di pienezza che ne consegue, la stima delle persone che ci vedono e ci apprezzano. Gesù non rinnega queste cose, non è innamorato della sofferenza, ma ne ha paura come tutti. Eccolo dunque nel Getsemani, mentre vive la vigilia del suo annientamento, chiedere al Padre di essere salvato da ciò che sta per accadere; nella sua debolezza, come tutti, anche lui elemosina la vicinanza dei suoi amici, pregando li di vegliare con lui… Però sa che tutto questo deve accadere e lo deve accettare, consapevole che questo è l’unico modo per vincere la morte ed entrare nella risurrezione. Il male dunque per lui, è qualcosa che non si può evitare, ma è una componente essenziale nella nostra vita, che però non porta alla distruzione  della medesima, bensì è un gradino che la fa crescere. Ho scoperto questo nel momento più difficile della mia vita. spogliato di tutti i miei sogni e progetti mi sentivo davvero morto dentro. Allora ho sfidato il Signore dicendogli: “Se esiste una risurrezione dimostramelo!” Ed è successo. Ho riletto alla  luce di questa scoperta tutta la mia vita e ho visto che questa realtà era stata vissuta, con proporzioni naturalmente legate alle varie età, molte volte. È stata davvero una epifania per me. Da allora essa è stata la vera stella polare che anche oggi mi indica il cammino.

In questo  problema essenziale per ogni persona, visto che nessuno può scansare il male, quale ruolo ricopre Gesù? Evidentemente lui può essere un modello per tutti. Ci insegna prima di tutto a non amare il male. Questa sarebbe una tara che stravolgerebbe la nostra natura umana. Inoltre ci  insegna a non opporci ad esso quando questo è evidentemente inevitabile. Questa resistenza impossibile si trasforma in una vera morte morale della persona, per tutto il tempo che si oppone a ciò che è. Infatti i giorni i ed mesi (Dio non voglia gli anni!), che si vivono in questa titanica lotta, sono senza speranza e quando essa viene a mancare, manca con essa l’attaccamento alla vita. Gesù ci insegna dunque a vivere ogni morte con la certezza, che oltre l’angolo ci sarà per noi una crescita, una risurrezione ,appunto! Aderire a questa proposta, naturalmente non cancella il dolore ed i problemi connessi, ma li rende sopportabili perché vissuti con speranza in un dopo.

Soltanto un modello Gesù? Per me è molto di più! Proprio nel momento in cui abbandona questo nostro mondo lui dice ai suoi primi discepoli: “Io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo”. Dunque lui condivide con me tutti gli eventi di ogni mia giornata. E’ con me mentre sono felice o stanco, vincente o sconfitto, pieno di gioia o ferito da delusioni ed abbandoni. La solitudine che lui prova nell’ultima agonia, a volte la sento; è quando gli amici “dormono” o non mi capiscono. Però è questione di un momento. Infatti lui non è lontano, è nel mio cuore. Le sue parole emergono e fanno luce, trasformando il mio pessimismo. Poi c’è la mia fame, la mia mancanza di forze. A questo provvede ancora lui con il suo corpo ed il suo sangue e le energie ritornano. Magari soltanto per un piccolo passo, un giorno soltanto. Ma lui anche domani è ancora con me, un passo per volta, fino alla fine della morte. Anche dell’ultima morte, quella fisica. Come faccio a non crederlo? L’ho sperimentato infinite volte.

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