Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 23 agosto 2015

ventunesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre» Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». ( Gv, 6,60 – 69)

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.
Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
(Ef,5,21 – 32)

Siamo arrivati alla conclusione del vangelo di Giovanni che parla del pane di vita eterna. Essa è decisamente tragica per Gesù. Quelle parole che ha detto: “Se non mangiate la mia carne e bevete il mio sangue” hanno davvero stomacato le folle che lo abbandonano. Non solo! Molti discepoli, cioè persone che stavano abitualmente con lui, “tornarono indietro e non andavano più con lui”. L’hai fatta grossa, Signore! Ma tanto per perfezionare il disastro ti rivolgi ai dodici e forse a qualche donna che è rimasta chiedi: Volete andarvene anche voi?”. Tremendo! Per dire che queste parole vanno prese cosi come suonano, sei disponibile ad azzerare tutto e a ricominciare da capo. Il solito Pietro, che probabilmente non aveva capito molto ed era allibito come tutti, salva la situazione con una delle sue uscite: “Signore, da chi vuoi che andiamo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Per noi che partecipiamo alla eucaristia è più facile ripetere le stesse parole; sappiamo che Gesù non ci chiede cannibalismi, ne macelleria sconvolgente. Noi abbiamo il dovere di accostarci a questi segni con la stessa fede ingenua e totale dell’apostolo, perchè sappiamo che se non abbiamo che la forza di questo cibo non possiamo camminare, una settimana ancora, verso la vita eterna.

Mi fermo per quello che riguarda questo vangelo per mettere la mia attenzione, in via del tutto eccezionale, sulla seconda lettura; la lettera di Paolo agli Efesini. Essa parla di un argomento intrigante e che ritengo importante, vista la situazione della famiglia oggi. Partiamo da una domanda che mi metterà contro la metà (abbondante!) del genere umano. Possiamo oggi dire: “ Le mogli siano sottomesse ai mariti?” So di correre il rischio di essere linciato. Abbiate dunque pazienza con me e provate a seguirmi con un poco di attenzione. La prima ragione è che Paolo, pure un tantino misogino, riflette la mentalità e le usanze del mondo greco romano del suo tempo e la lotta femminista era di la da venire. Ma poi l’apostolo soggiunge che l’uomo e la donna si possono paragonare a Cristo ed alla sua chiesa. Lui, Gesù, muore per salvare quelli che credono in lui, cioè la sua chiesa; cosi il marito deve dare la sua vita alla moglie. Ancora, continua dicendo: “Mariti amate le vostre mogli, come il vostro corpo” Se uno odiasse il proprio corpo sarebbe folle, perchè si autodistruggerebbe. Del proprio corpo si ha una cura totale, perchè se lo trascuriamo non possiamo vivere. In pratica si dice che marito e la moglie sono una carne sola, una sola realtà come Dio ha stabilito in modo primordiale fin dall’inizio.

“Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”. Qui adesso dobbiamo porci una seconda domanda: “Questa affermazione è ancora vera oggi?” Essa infatti urta contro ciò che chiedono due uomini o due donne che vogliono sposarsi e che chiedono pure di generare o adottare figli. Naturalmente queste cose sono rese possibili da una scienza che oggi può offrire questi risultati. Notizia di oggi è che i gay della città di Venezia stanno protestando aspramente contro il loro sindaco, reo di aver proibito l’uso di libri per bambini che parlino di matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nel rispetto sincero delle scelte che ognuno è libero di fare e nell’assicurare le conseguenze legali ed amministrative ad ogni persona, da sempre il matrimonio è ciò che la bibbia dice e questo è scritto nella carne stessa di ogni persona umana. Sappiamo bene di essere minoranza su questo argomento e quindi lasciamo ad ogni legislatore di ogni stato di fare le leggi che la maggioranza detta. Chiediamo tuttavia la libertà di credere, insegnare ed educare i nostri figli a quell’ideale altissimo che il Creatore ha voluto dall’inizio e che Cristo ci ha insegnato. Per noi la famiglia è ‘unione stabile di un uomo e di una donna che nell’amore diventano una sola carne. Diventano una sola carne non solo tra loro, ma di solito anche nei figli. Questi però non devono essere considerati “proprietà” da esigere, bensì un dono di cui gioire. Ma anche un dono che bisogna imparare a lasciare andare per la sua strada. E’ innaturale che un figlio resti fino a trenta o quaranta anni in convivenza con i genitori. So che questo è dovuto a difficoltà economiche legate alla crisi, ma in questo modo si rischia di creare per essi una dipendenza che poi non si riesce più a rompere. Coi tempi che corrono è meglio che i nostri figli siano cittadini del mondo, alla ricerca di pane e realizzazione la dove li possono trovare. Altrimenti il rischio è quello di farne dei “mantenuti” a vita e questo sarebbe un guaio grandissimo. Essi infatti non svilupperebbero mai le infinite potenzialità che pure possiedono, castrati dai soldi di papà e dalla tenerezza di mamma.

 

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