Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 24 aprile 2016

quinta domenica di pasqua

dal vangelo secondo Giovanni

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

 Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». (Gv, 13, 3 - 35)

Ancora poche righe di vangelo, ma (di nuovo!) hanno una densità ed importanza incredibili. Queste le conosciamo bene e le ripetiamo continuamente, ma capirle in profondità è tutta altra cosa.

Le cose proibite sono semplici al punto da essere quasi…rudimentali. Si traccia un confine, si alzano muri con filo spinato, si sparano lacrimogeni ed anche migliaia di disgraziati sono bloccati. Invece le cose positive come quelle che le parole appena sentite ci hanno detto si prestano ad equivoci. Per qualcuno amare il prossimo vuol dire non fare del male agli altri. Questo è incarnato in una delle più belle parabole di Gesù. Il ricco epulone non fa nessun male al disgraziato Lazzaro. Stava proprio alla sua porta, pieno di piaghe e di fame, ma lui era troppo impegnato ascegliere i vestiti che indossava, oppure alle portate dei suoi banchetti per avere tempo di curarsi di quell’ammasso di miseria. Il castigo che Gesù ci descrive minuziosamente è tremendo! Nemmeno un pluriassassino, secondo molti, meriterebbe un castigo così spaventoso; in fondo non ha fatto nulla di male a Lazzaro, semplicemente non lo ha visto.

Per altri amare il prossimo è dare qualche moneta al povero che si incontra per strada, accquistare qualche oggetto contraffatto da un “vu cumpra”, però girando al largo da queste persone, senza lasciarci disturbare troppo. Questo amore come si può vedere coincide con l’elemosina, cioè con un pò di denaro. Si tratta di un modo sbrigativo che tocca di striscio il portafoglio, ma non riesce a coinvolgere il cuore.

Per altri ancora, amare il prossimo consiste in atteggiamenti corretti, onesti e ben educati, da persone per bene , insomma! Fuori discussione che non può esserci amore senza giustizia. Ci mancherebbe! Questo spesso ci fa gridare contro il modo di fare di chi ha responsabilità pubbliche. Il bene comune deve riguardare tutti, ma principalmente il più deboli ed i più poveri. Cose queste che purtroppo spesso vengono dimenticate, perché i poveri non hanno più nemmeno la forza e le capacità intellettuali per chiedere ciò che sarebbe loro dovuto. Essere loro “avvocati” dunque è cosa molto importante, insieme ad una buona educazione suggerita dal galateo. Ma l’amore di cui ci parla Gesù è solo questo?

Gesù ancora una volta ci strappa dalla confusione e dagli equivoci, indicandoci la strada giusta: “Come io vi ho amato cosi amatevi anche voi, gli uni e gli altri”. Lui dunque si propone come un modello ed un modello più che mai eloquente ed ineludibile: ci ha amati fino alla fine, fino a dare la sua vita per noi. Giovedi ho avuto una lezione importantissima al riguardo. Papa Francesco ci ha ricevuti in una udienza particolare al termine del 38° convegno delle caritas diocesane. Arrivando con oltre un’ora di ritatardo ci ha chiesto scusa con queste parole: “Si parla, si parla, ma intanto le lancette dell’orologio corrono…”. L’ho visto stanchissimo come mi sento io quando finisco le mattinate in caritas; questo mi ha colpito più che le parole buone che ci ha detto come pure mi il suo sorridere e quasi rifiorire, quando stringeva le mani e sorrideva ai tanti che si assiepavano intorno a lui. Questo uomo di ottanta anni ci da la vita, portando il peso di tutta la chiesa fino allo sfinimento e questo ogni giorno in riflessioni fondamentali per un rinnovamento necessario per i tempi che si vivono anche nella chiesa. Una volta ancora sono stato colpito dalla grande mole della chiesa di san Pietro, della maestosità dei palazzi vaticani e capisco perché Francesco si rifugi in Santa Marta e noi abiti quei mastodonti se non per le cerimonie ufficiali. Ha bisogno di sentirsi insieme a gente comune per non lasciarsi ne intimidire ne esaltare da tutta quella magnificenza. Essa gli ricorda il peso che non puo dimettere mai: miliardi di uomini che dominano e sono dominati, ricchi oltreogni misura e poveri senza nemmeno un angolino di terra per crescere i proprii figli. Abituati alla più sfrenata libertà e tanto limitati da non sapere neppure urlare la loro disperazione… Amare è lasciarsi divorare da questi impossibili problemi di convivenza e poi chiedere scusa per una mezza ora di ritardo a chi lo aspettava.

Amare significa dare la vita come Cristo, come Francesco, a chi hai con te. La tua sposa ed i tuoi figli; i colleghi che lavorano al tuo fianco nell’ufficio o nel posto dove corri ogni mattina. Senza dimenticare i diseredati senza terra che non sanno se oggi avranno di che mangiare o di che proteggersi contro le intemperie perché non hanno casa,… Amare, insomma, è stare al tuo posto, nel tuo tempo oltre ogni stanchezza, oppresso dalla mole dei problemi che ti assillano, senza cedere mai, senza mai dare le dimissioni. Fino alla fine. L’amore di Gesù ed il tuo, quello vero, in fondo non sono che questo. 

 

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