Parrocchia di San Paolo Vercelli
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domenica 6 aprile 2018

sesta domenica di pasqua

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

(Gv,15, 9 – 17)

 

“Voi siete i miei amici”. Sapete perché ho voluto aprire questa omelia con queste parole di Gesù? perché questa domenica per la nostra comunità è una giornata importantissima. Un gruppetto di nostri piccoli riceve per la prima volta l’eucaristia. “Bene, meno male che non sono venuto alla messa delle undici, perché sarebbe stata più lunga”. Non sono un mago, ma penso proprio di indovinare che questi sono i pensieri di qualcuno… Eppure la prima comunione riguarda tutti noi che abitualmente veniamo la domenica in San Paolo. Molti amici ci hanno lasciati lo scorso anno; sono proprio questi nostri piccoli che prendono il loro posto che permettono alla nostra chiesa un cammino vecchio di ben otto secoli. Guardiamoli con simpatia e preghiamo per loro perché siano i continuatori della nostra fede.

Sono anche felice che questa circostanza sia accompagnata dalla parola di Dio tutta incentrata sull’amore, inizio fondante della nostra vita di persone e di cristiani. L’amore non nasce solo come una qualità umana, ma essa è addirittura divina. Il nostro Dio e l’amore infinito che non vive in una solitudine egoistica, ma come Padre, Figlio e Spirito si esprime in un dono reciproco ed eterno. Questo amore esplode nella creazione del meraviglioso universo che abitiamo come creature fatte a sua immagine. Pensate! Il nostro Dio oggi ci supplica come un mendicante: “Rimanete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Ma che cosa è l’amore? Secondo la cultura greca l’amore è chiamato con tre parole diverse. La prima è “eros” e con essa si ha il possesso dell’altra persona. La seconda parola è “philia” e con essa si parla di amicizia. L’ultima parola è “agàpe” e con essa si parla di un amore senza condizione e senza limiti: dare la vita appunto! E Gesù sottolinea che non c’ un amore più grande di questo. Tanto per complicare le cose nella lingua che parliamo “dare la vita” può significare tre cose diverse. Non vi dico certamente delle cose nuove, perché molte altre volte vi ho già parlato di questo, ma abbiate pazienza e…sopportatemi. Dare la vita vuol dire in primo luogo morire al posto di un altro. Ve ne accorgete? È proprio ciò che Gesù ha fatto per noi morendo sulla croce. Anche tra gli uomini questo a volte succede e chiamiamo questi gesti con un aggettivo speciale: sono gesti “eroici”. Gesti però che ogni papà o mamma sarebbero disposti a fare per salvare la vita dei proprii figli.  Questa riflessione mi introduce al secondo significato dell’espressione dare la vita: mettere al mondo un figlio. Cosa che avviene ancora anche se in modo più contenuto rispetto ad un centinaio di anni fa. Naturalmente il calo delle nascite porta a problemi di altro tipo. Essi sono il progressivo invecchiamento della popolazione e la mancanza di forze vive per i lavori più manuali ed umili che pure sopravvivono.

 Scusate la parentesi, ma esiste un terzo e poco avvertito di dare la vita: quello di darla in ogni momento fino alla fine della nostra esistenza. Mettendo al mondo un figlio tu sei suo papà o mamma di lui fin che campi. La stessa cosa dovrebbe avvenire per me prete, fino alla fine, in quella comunità in cui arrivo adesso che sono vecchio. Oppure quando ti rendi conto che quella persona è la tua vita e ti impegni solennemente con lei e la sposi; quel vincolo deve essere rispettato “fin che morte non ci separi”. So che qui tocco un nervo scoperto per molti nel nostro tempo. Ma se l’unione tra un uomo ed una donna non ha questa assolutezza e non è privo di vincoli temporali, che razza di amore è? Mi sembra che nelle famigerate “prove” che tanti dei nostri figli vivono, invece di un amore, si celi un gesto di vero egoismo: ti uso fin che va bene e quando mi stufo di te, amen! Non vi sembra che questo sia un ennesimo caso di “usa e getta”? Solo che nel caso non si tratta di un vestito passato di moda, o di un’auto che ha dieci anni. Si tratta invece di una persona, che si butta via come un rottame. Vi posso garantire che la persona buttata via spesso e volentieri vive un dramma che la accompagnerà per tutta la vita.

Mi lasciate ritornare indietro alle tre parole che i greci usavano quando parlavano di amore? Ricordate: “eros”, ”philia”, “agàpe”? Adesso mi sembra che il terzo soltanto sia il significato della parola amore, gli altri due sono attributi che a volte ci sono ed a volte no. Penso all’eros nei momenti infuocati di un rapporto uomo-donna: se non c’è una vera intenzione di dare la vita può diventare uno sfruttamento magari consensuale dell’altro. Così pure l’amicizia-philia: ti do quel tratto di vita che posso passare con te in una libertà reciproca e rispettosa. E’ un dono vero di ciò che sono per il tempo che possiamo passare vicini, anche se poi le nostre scelte di vita ci allontanano. Fino ad un altro incontro magari dopo moltissimo tempo. Tempo che non scalfisce l’amicizia. Il discorso infatti riprende come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

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