Parrocchia di San Paolo Vercelli
Parrocchia di San Paolo Vercelli

Indirizzo

Via S. Paolo, 1  

13100 Vercelli

Italia

Contatti

Se volete contattare direttamente don Osvaldo Carlino, potete farlo ai seguenti riferimenti:

email: osvcarli@tin.it

telefono: 0161-257670

Oppure potete compilare il modulo che troverete cliccando QUI

Dove Siamo

il contatore ha completato un giro.

i contatti sono dunque 100.000 più quelli attuali

domenica 8 ottobre 2017

ventisettesima domenica del tempo ordinario

dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»
.
(Mt. 16, 21-27)

Una parabola tremenda per l’antico popolo di Dio e per il nuovo popolo che poi saremo noi, chiesa cattolica. Eppure si parte da un padrone “innamorato” della sua vigna, perche la pianta con tanto amore curando anche i minimi particolari. Certo quando Gesù raccontava questa parabola aveva in mente le parole di Isaia che abbiamo sentito nella prima lettura. Un uomo tutto preso della sua vigna, che rimane deluso perche dopo tanta fatica la vite produce  soltanto uva acerba, che non matura mai. Le due parabole  dunque ci parlano di un Dio che crea un mondo stupendo per affidarlo all’uomo che lo coltivi e lo faccia fruttare, ma l’uomo fin da primo Adamo, si rivela una deusione. La vigna poi è il popolo di Israele di cui parlano sia Isaia che Gesù e questo popolo di Dio si rivela un fallimento. Infatti dopo innumerevoli ammonimenti, i vignaioli omicidi, uccidono non solo gli inviati (i profeti), ma anche il figio del padrone; essi in modo insano pensano di diventare i padroni assoluti della vigna. Ma il padrone, Dio naturalmente, da la sua vigna ad altri che porteranno frutto.

Cosa ci dice questa parabola? Possiamo mettere prima di tutto l’accento sulla storia del mondo. Dio non si stanca per la disobbedienza di Adamo e si cerca un popolo perche porti salvezza alla umanità: gli ebrei appunto. La salvezza viene da loro ed è Gesù, Dio e uomo, che muore per la salvezza di tutti. Lui è davvero quello che porta al Padre il frutto sperato, obbedendogli in tutto, fino alla morte di croce. Pochi dell’antico popololo lo ritengono salvatore, mentre moti pagani accolgono questa salvezza. Questo fino ad oggi, quando vediamo nel nostro mondo ociidentale, dove la fede si era impiantata con vigore da duemila anni, un declino vistoso di essa. Questa è la fine del cristianesimo e della religione in genere? Qualcuno lo afferma, ma il Signore ci assicura che la vigna (il regno di Dio!) passerà ad altri che porteranno il frutto sperato. Questo è un futuro che possiamo leggere nella paurosa decadenza che si sviluppa nel nostro mondo evoluto. Ci crediamo i padroni della terra, ma tutta la nostra scienza, la nostra ricchezza, le nostre armi si dimostrano incapaci a fermare la violenza di pazzi scatenati che combattono una guerra mondiale, uccidendo migliaia di persone in ogni angolo della terra. Inoltre, tutta la nostra scienza e potenza non riescono a fermare una massa sconfinata di morti di fame che, attratti dalla ricchezza del nostro vivere, vogliono partecipare al banchetto. Quando questi abomini si fermeranno? Soltanto quando i così detti potenti realizzeranno una maggiore giustizia, sottraendo al denaro il dominio incontrastato del mondo.

C’è però un secondo piano ìn cui leggere questa parabola: quello personale. Ciascuno di noi è un figlio amato infinitamente dal Padre del cielo. Noi lo conosciamo da sempre e diciamo con sincerità di credere in lui. Ma questo è vero? Lui ci ha dato la vita, affidandoci a persone che ci hanno amato; ci ha dato benessere e salute, facendoci crescere in un paese libero da guerre, dove non ci manca nulla. E questo ci rende incapaci di accettare anche il lato negativo della vita che è inevitabile per tutti: il male. Questo male si chiama fatica, paura, malattia, decadenza fisica, solitudine, incomprensione. Ci crediamo i padroni del vapore e ci siamo dimenticati di fondare la nostra vita su Gesù la pietra, che sola può dare un senso alla nostra esistenza. Lui è venuto proprio per questo. Per esserci di modello e di forza. Non possiamo credere in lui soltanto in chiesa o quando ripetiamo delle parole imparate da bambini e delle quali non pensiamo mai il vero significato. Forse possiamo proprio partire da qui, dal pensare alle parole che diciamo come un ritornello senza senso. Diciamo “Padre”. Allora pensiamo alla infinità di cose buone che ci da ogni giorno e magari a dire un grazie. Pensiamo a fare la sua volonta che non può essere eseguita in un cielo lontano, ma nella concretezza de nostro cuore e della nostra giornata. Tutto cio che ci succede ogni ora è dono suo, anche quando si presenta come un cotrattempo o una sofferenza. Chiediamogli il pane per ogni giorno. Noi oggi lo abbiamo. Possiamo guardarci intorno per vedere se qualcuno tra di noi non ce l’ha? Vedendo come ci siamo comportati magari un momento prima, naturalmente gli chiediamo perdono perché siamo stati proprio cattivi con le persone che diciamo di amare; ma dopo questo riusciamo a salutare la persona che ieri ha parlato male di noi? Gli chiediamo la forza per non ripetere per la miliardesima volta quel giudizio arrogante verso chi continua a comportarsi in quel modo vistosamente sbagliato? Gli chiediamo infine che ci liberi da quei fastidiosi reumatismi che non guariranno mai, o da altre sciocchezze. Non sarebbe meglio chiedergli di essere liberati definitivamente, quando lui vorrà, da tutti i mali con l’unico vero rimedio che è la risurrezione, mentre con passi incerto camminiamo sulla nostra via crucis?

Tutti questi buoni frutti riempirebbero la nostra giorna e sarebbero solo la conseguenza di una preghiera non biascicata, ma creduta ogni giorno, ogni momento. Chissa che meraviglie enormi sapremmo fare se le parole del vangelo fossero sempre incarnate, in ogni istante della nostra vitaI

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Parrocchia di San Paolo in Vercelli - Realizzato da Luca Costanzo